Primavera araba

E’ da circa una settimana che leggo diversi articoli dove si attiva un particolare interesse nel rilevare il ruolo della donna durante la primavera araba, e con mio particolare stupore, in molti sembrano accorgersi solo da poco l’effettiva partecipazione femminile alla rivoluzione. La cosa mi lascia alquanto perplessa (in fondo il cambiamento che hanno attraversato i Paesi Medio Orientali è stato repentino e coinvolgente) come si può credere realmente che le donne siano rimaste a casa, che le donne non abbiamo partecipato al cambiamento, senza loro tutto ciò non sarebbe potuto succedere, il ribaltamento del potere autoritario parte soprattutto dai veli che vogliono essere lasciati al vento non più costretti sopra un capo; sono le donne che negli ultimi quarant’anni hanno subito un ridimensionarsi delle loro esistenze fino a diventare un nulla, una cosa, un puro oggetto nelle mani degli uomini della famiglia. Improvvisamente una parte di mondo fomentata da lotte interne, dispute di potere e religione, è scoppiata. Un territorio macchiato da una forte mancanza di democrazia, di diritti e di legalità. Un territorio che non ha mai riscosso grandi consensi nel mondo occidentale, che al contrario l’ha da sempre osservato con fare circoscritto e con la consapevolezza di avere in mano la chiave della perfetta civilizzazione, come perfetto modello etnocentrico da esportare e condividere con altre culture.

Improvvisamente una parte di mondo fomentata da lotte interne, dispute di potere e religione, è scoppiata. Un territorio macchiato da una forte mancanza di democrazia, di diritti e di legalità. Un territorio che non ha mai riscosso grandi consensi nel mondo occidentale, che al contrario l’ha da sempre osservato con fare circoscritto e con la consapevolezza di avere in mano la chiave della perfetta civilizzazione, come perfetto modello etnocentrico da esportare e condividere con altre culture.

Un giorno gli animi si sono svegliati, non un giorno qualunque, non un giorno causale. Si è trattata di una rivolta pianificata da anni e, che per tentativi e circostanze congenite ha permesso una costruzione del dissenso dal basso, partendo proprio dalle classi più povere e dalle donne. Un’organizzazione che ha preso piede dalle categorie svantaggiate in un periodo storico che soffre la crisi economica e i disagi legati a questa

Un’onda ha travolto e sovvertito i vecchi regimi da Tunisi a piazza Tahrir, dallo Yemen al Bahrein e da Bengasi a Tripoli, rovesciando dittatura su dittatura, in un susseguirsi di manifestazioni organizzate contro ogni forma di potere.

Una nuova “Primavera” è stata definita dai giornali con commossa approvazione per l’avvicinamento di chi sembrava tanto distante culturalmente e politicamente, ma che in realtà ha abbracciato la nostra cultura, il nostro esempio di democrazia. Un nuovo periodo si evince agli occhi dei più che increduli apprendono come la sovversione sia stata realizzata grazie all’apporto inconsueto del web, dei social networking e della messaggistica istantanea.

Il mondo arabo apre le porte alle richieste di democrazia e di rispetto per i diritti civili e soprattutto umani.

In Tunisia come in Egitto e in altri paesi di lingua araba le sommosse contro i regimi sono nate da antiche tradizioni di lotte anticoloniali, da una lunga storia di opposizione politica, da duri conflitti sociali che sono stati però occultati dalla propaganda di regime e ignorati in occidente. Certo la rivoluzione tunisina e egiziana erano difficili da presagire, ma la rottura degli equilibri economici e sociali l’insopportabilità di regimi feroci e sempre più corrotti, la  grande presenza di giovani sempre più istruiti e capaci di sviluppare tutte le possibilità che offre internet, che in quel contesto, erano destinati alla disoccupazione. Eppure nessun servizio intelligence o osservatore occidentale aveva previsto rivolte di piazza tali da far cadere regimi così forti.

Il grande merito di questi giovani è stato quello di sorprendere i dittatori che governavano i propri paesi su ciò cui si sentivano probabilmente invincibili: la comunicazione. Il fatto che si trattasse di giovani generazioni istruite e consapevoli delle potenzialità offerte dalla rete ha fatto sì che la protesta corresse sul filo dei byte. Ciò ha permesso una rapida trasmissione di informazioni, soprattutto video, che hanno coinvolto  l’occidente e i paesi vicini facendo capire loro cosa realmente stava accadendo e qual era la loro forza. Immagini di piazza Tahir stracolma di gente probabilmente non sarebbero mai uscite dall’Egitto se non ci fosse stato internet. Il risultato? Dopo Tunisia e Egitto, giovani sono scesi in piazza in Libia in Barhein, nello Yemen e in Siria sfidando dittatori sanguinosi e mostrando un coraggio, che solo la consapevolezza di partecipare ad una nuova storia dell’Africa e del Medio Oriente poteva dare.    

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