Il velo al vento

Nelle piazze festanti non sventolavano soltanto cappelli, ma anche i veli delle donne scese in piazza per liberarsi. I social media avevano dato alla gente un mezzo di comunicazione e propaganda indipendente, quello che mancava. Centinaia di migliaia di egiziani guardavano i video delle manifestazioni su youtube pochi minuti dopo. Per una generazione apolitica che non si era mai interessata a certi argomenti la protesta era senza precedenti.[1]

 

Di questa generazione facevano parte anche tante donne che sono scese a migliaia nelle strade, nelle piazze, nei cortei a cantare inni e odi di liberazione. Hanno deciso di ribaltare la situazione assumendosi ruoli differenti rispetto alla normalità, consapevoli che per loro la sfida era doppia.  Hanno deciso di sfidare le autorità insieme ai tanti giovani nelle piazze, guidando cortei e sfidando le autorità contro il coprifuoco. La diversità è costata loro non solo il semplice arresto, ma anche violenze fisiche e in alcuni casi la morte.  Le proteste in piazza da parte delle donne nel mondo arabo non sono nuove; ad esempio nel 1957 l’Egitto è diventato il primo paese al mondo arabo ad eleggere una donna al Parlamento, dopo aver consentito il voto alle donne solo l’anno prima. Durante il dominio di Gamal Abdel Nasser le ragazze sono state incoraggiate ad andare a scuola e le donne, per incentivare lo sviluppo economico, sono state esortate a diventare forza lavoro.  Nel 1970 il regime di  Anwar Sadat, grazie anche all’incoraggiamento di sua moglie Jehan, le donne costituivano ulteriori guadagni. Ma dopo questi piccoli eventi, i progressi sono stati bloccati dalla crescente potenza dei gruppi religiosi conservatori.

La Primavera Araba ha unito uomini e donne, giovani, che hanno abbracciato la protesta e hanno usufruito dei nuovi mezzi di comunicazione come mezzo eccellente per eludere il potere, per organizzare proteste di piazza e per comunicare al mondo ciò che stava succedendo evitando la censure e la clausura.

Il livello di crescita dell’istruzione tra i giovani e i costi irrisori dei mezzi di accesso ad internet ha permesso una rivoluzione.

“Tutti noi eravamo lì, lanciando pietre, corpi in movimento morti. Abbiamo fatto tutto. Non c’era differenza tra uomini e donne. ” Afferma Asmaa Mahfouz[2], attivista egiziana, ricordando le proteste che hanno abbattuto Hosni Mubarak.

“Una Ragazza tunisina” è il blog dell’attivista Lina Ben Mhenni che ha fatto il giro del paese documentando le proteste. È stato un esempio efficace di partecipazione della donna come motore della protesta, perché ha documentato in un report fotografico non solo i morti e i feriti delle manifestazioni per denunciare ciò che stava succedendo ,ma ha deciso di essere essa stessa la testimone delle iniziative, per cui ha incluso le immagini di se stessa con manifestanti maschi nel corso di sit-in nella Kasbah di Tunisi per dimostrare che la presenza femminile c’era ed era forte.

 Nello Yemen una donna, insignita del Nobel per la pace, è stata in prima linea per sfidare lo stereotipo della donna succube di un patriarcato opprimente, Tawakul Karman, ha deciso di sfidare il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, organizzando un sit-in davanti  Sana’a University.

Le donne del mondo arabo hanno deciso di sfidare tutti, perfino loro stesse, in nome della difesa di diritti loro negati per troppo tempo. La presenza nelle piazze di volti femminili è stata determinante per comprendere che queste rivolte erano uniche e che differivano dal passato perché finalmente includevano tutte le forze sociali, unite per lo scopo ultimo di affermazione della democrazia.

Ciò che è fondamentale comprendere non è il come le donne siano entrate nelle piazze e siano riuscite a manifestare insieme ai loro compagni, amici, uomini. Il punto centrale che differenzia la Primavera Araba dalle altre manifestazioni è la possibilità di sovvertire il regime e di poter cambiare la Costituzione. La riscrittura della Carta Costituzionale è un tassello importantissimo in quanto le donne hanno potuto reclamare ad alta voce i loro diritti, avanzare la speranza della loro liberazione da una condizione priva di diritti, di libertà politiche e di istruzione; cosa che il progresso religioso nel mondo arabo aveva gelosamente custodito. 

Oggi in Egitto le donne possono lavorare fuori casa, andare a scuola e l’università, e sono libere di votare e di candidarsi in tutte le elezioni. Ancora ad oggi l’alfabetizzazione delle donne è di poco superiore al 58%, e solo il 23% dei lavoratori sono donne, ma la Costituzione è ancora intrisa di discriminazione. Le leggi restano sessiste sia in tema di diritto di eredità che in tema di diritto al divorzio. Pratiche lunghe e minacce nella custodia dei figli, non permettono di vedere un reale cambiamento.

 

Possiamo pensare all’esempio della condizione della donna in Tunisia, dove al contrario, non ha eguali nel mondo arabo. Questo è in gran parte grazie a Habib Bourguiba, il padre fondatore del moderno Stato tunisino, che ha bandito la poligamia, ha concesso alle donne diritti uguali agli uomini, con divorzio e aborto legalizzato. Zine el-Abidine Ben Ali, dittatore rovesciato della Tunisia, ha continuato il lavoro di Bourguiba, ampliando i diritti dei genitori, divorzio e custodia per le donne e promuovere la loro formazione e l’occupazione.

Il tasso di alfabetizzazione delle donne in Tunisia è ormai oltre il 70%, anche se solo il 27% della forza lavoro è femminile. Le donne costituiscono quasi i due terzi degli studenti universitari, a fronte dei due quinti in Egitto.[3]

Le manifestazioni e i fervori di cambiamento però non hanno portato il beneficio sperato e l’emancipazione generalizzata. Purtroppo a fronte del liberalismo, l’altra faccia della medaglia delle donne musulmane è stata la consapevolezza che ancora c’è molto da dover fare in politica, nella vita sociale e familiare. I diritti da loro richiesti hanno visto l’ombra dell’occidente, una mano che le accarezza e le attira a sé, come ad esempio il caso di alcune leggi promosse dalla moglie di Mubarak che vietano le mutilazioni genitali femminili e permettono l’accesso alle donne di poter diventare giudici. Queste leggi sono ancora valide, ma sono state sporcate da un regime dittatoriale che voleva abbracciare le richieste occidentali e che ha screditato i movimenti femminili.

Una delle cause dello scoppio della Primavera Araba è stata il ruolo giocato dai social media e della potenza di narrazione degli eventi che ha portato alla divulgazione delle storie di chi voleva combattere i governi dittatoriali le quali sono state diffuse e raccontate  tramite Facebook, Twitter,

e YouTube. Ciò ha dato forza ai dissidenti di organizzare proteste, di criticare i loro governi, e di diffondere le loro idee di democrazia.

Molti studi sono stati fatti, in particolare “Opening closed regimes: what was the role of social media during the Arab Spring?”[4]

 

Questa ricerca ha prodotto tre importanti risultati:

 

  1. In primo luogo i social media hanno svolto un ruolo centrale nel plasmare dibattiti politici nel mondo arabo;
  2. In secondo luogo la linea rivoluzionaria dettata sul web ha spesso preceduto maggiormente gli eventi sul campo;
  3. In terzo luogo, i social media hanno contribuito a diffondere idee democratiche in tutti i confini internazionali.

 

 Si dimostra il ruolo di diffusione e di catalizzatore di forze attraverso il web, e di come gli stessi governi dittatoriali ne abbiano compreso il pericolo ostruendo l’accesso ai principali canali di diffusione e bloccare gli accessi, arrestare blogger e influenzatori che sul web criticavano i regimi e si dichiaravano difensori della democrazia.

In particolare in Tunisia e in Egitto è stato tentato il blocco dei servizi on line, ma ciò non è stato sufficiente in quanto anche esperti del mondo digitale, hacker e programmatori, hanno raggirato la censura, hanno fatto rete con gli internauti al di fuori dei confini  e hanno dato libero accesso ai manifestanti tant’è vero che i manifestanti al Cairo in piazza Tahrir sono stati comunque in grado di stare collegati.

È fondamentale capire che l’uso della tecnologia alternativa ai classici mezzi di diffusione è stato essenziale per aprire questi paesi a nuove realtà e situazioni , e se si pensa alle donne, queste hanno un potere enorme nell’accesso ad internet ed usufruire di questo strumento come mezzo di costruzione sociale, di democrazia e di una nuova organizzazione politica. La crescente partecipazione all’azione politica non ha coinvolto solo i giovani, ma ha facilitato l’accesso alla partecipazione anche delle donne, delle giovani nel nuovo assetto politico. Il 41% della popolazione femminile della Tunisia ha accesso a Facebook ed il 36% in Egitto.

Un suo ruolo primario e attivo, di discussione e di diffusione attraverso i social media, donne come Esraa Abdel Fattah, la Facebook Girl, che divenne una delle principali figure femminili di contrasto del sistema politico dominante e Leil-Zahra Mortada, donna che ha documentato la rivoluzione grazie con un popolare album nel social network più seguito al mondo.


[2] E’ stata tra i fondatori del movimento giovanile egiziano chiamato “6 aprile”, al quale ha aderito nel 2008. Il suo sentito appello per la libertà, registrato il 18 gennaio e pubblicato su YouTube, è stato visualizzato da centinaia di migliaia di persone contribuendo a farle riunire in piazza Tahrir per richiedere riforme democratiche, giustizia sociale e i diritti fondamentali

[4] PITP, Project of Information Technology & Political Islam, www.pITPI.org , Philip N. Howard, University of Washington

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